A più di 2.500 metri di profondità nel Mediterraneo, poco lontano da Saint-Tropez, si cela un relitto di nave mercantile risalente al XVI secolo, sorprendentemente intatto. È stata una missione congiunta tra la Marina e il Dipartimento francese di archeologia subacquea – con l’aiuto di robot sottomarini capaci di lavorare in condizioni estreme – a rivelare questo tesoro sommerso. Pochi ritrovamenti come questo offrono uno spaccato così nitido sulla realtà commerciale e quotidiana del Rinascimento. Quel che fa la differenza è la profondità: il tempo sembra essersi fermato qui, proteggendo la nave in modo straordinario.
Il modo in cui la nave è stata conservata così bene ha a che fare con il clima particolare delle acque profonde. Basse temperature, poco ossigeno e correnti quasi inesistenti: ecco il segreto. Così, i processi di decomposizione rallentano, mentre i molluschi xilofagi – quei fastidiosi che mangiano il legno – non riescono a fare danni. Lo scafo, insieme alla stiva, rimane leggibile e offre un materiale prezioso per ricostruire le rotte commerciali di allora. La digitalizzazione senza contatto del relitto ha creato un modello 3D dettagliato. Usare la tecnologia così evita rischi di danno ed è una bella spinta avanti per l’archeologia subacquea moderna.
Il carico e la vita a bordo: una testimonianza di quotidianità
Dentro la nave sono state trovate circa duecento ceramiche: anfore, brocche decorate con motivi floreali e simboli religiosi. Questi reperti raccontano molto sugli scambi commerciali tra Italia, Provenza e Catalogna nel XVI secolo. E non è tutto. Vicino a loro, barre di ferro, utensili da cucina e persino un cannone di bordo, elementi che parlano di necessità pratiche e sicurezza durante le traversate. Qui, niente tesori luccicanti ma piuttosto una fotografia dettagliata di un sistema commerciale mediterraneo fondato su merci di uso quotidiano.
Le informazioni che arrivano da questi oggetti sono pesanti, danno un’idea chiara delle rotte marittime e delle dinamiche economiche regionali di allora. Il cannone e gli utensili raccontano anche qualcosa sui bisogni della ciurma, un aspetto spesso dimenticato nelle analisi più “semplici”. La vita sul mare, lontana dai cliché e dai miti, si svela tra questi elementi. Chi guarda questi reperti riesce a cogliere un’immagine più vera – insomma, meno romanzata – di quel passato.

Il confronto tra antico e moderno: il segnale dell’inquinamento
Un dato spiazzante della scoperta: accanto ai reperti seicenteschi sono stati trovati rifiuti moderni – plastica, bottiglie, reti da pesca. Gli stessi robot li hanno individuati, mostrando come l’inquinamento non risparmi nemmeno le parti più profonde e isolate del Mediterraneo. Un contrasto d’impatto, che racconta la portata globale del problema. Un monito visibile sulla fragilità degli ecosistemi marini, che di solito consideriamo lontani dalle attività umane.
Paragonare un patrimonio storico conservato per secoli grazie alle condizioni naturali con i segni evidenti dell’inquinamento fa riflettere. Non è solo un problema archeologico, ma un vero e proprio tema ambientale che riguarda tutti i mari. Il Mediterraneo, insomma, non è solo una risorsa: è anche un archivio di memoria, con tracce di epoche diverse che convivono. Da queste scoperte si capisce che serve più attenzione al nostro impatto e una riflessione seria sulle strategie per proteggere il mare a lungo termine.
Il sito, battezzato provvisoriamente Camarat 4, rimarrà sul posto, senza interventi invasivi. Così i dati digitali raccolti – utili a studi approfonditi e a collaborazioni internazionali – non mettono a rischio il relitto. Un approccio che segna un passo avanti importante nell’archeologia subacquea: meno invasività, più analisi comparate. Intanto, la scoperta spinge a pensare al rapporto – più complesso di quanto sembra – tra passato, presente e futuro dei nostri mari.