Nascosta tra i crinali frastagliati e le fitte foreste delle Dolomiti, una figura monumentale si staglia, raccontando il legame – non sempre semplice, ma mai spezzato – fra natura e ingegno umano. La Guàna del Primiero, che supera i sette metri d’altezza, si trova nel Parco del Benessere del Navoi, zona che negli ultimi tempi ha visto cambiamenti ambientali significativi. Non si tratta di una semplice scultura, ma di un segno che tocca la storia e ogni pezzo di quel territorio, portando a galla un sentimento reale, che connette il paesaggio all’identità locale in modo diretto, quasi palpabile.
La Guàna non è lì per caso, né vuole essere una comparsa all’interno del paesaggio circostante: è un luogo di incontro, dove memoria, natura e comunità s’intrecciano. Un’indicazione ben visibile di come l’arte sappia raccontare le sfide e i cambiamenti di un ambiente fragile, ma che conserva ancora tanta energia. Collocata tra montagne e boschi, l’opera richiama un punto di attenzione importante: quello del dialogo quotidiano tra mondo naturale e cultura – dettaglio non da poco per chi vive a stretto contatto con queste montagne.
Il legno di Vaia come testimonianza di rinascita
Quasi tutta la Guàna è fatta con legno raccolto nei boschi rattoppati dopo la tempesta Vaia, che nel 2018 ha scoperchiato ampie parti delle Alpi, strappando radici e tronchi, cambiando panorama e modi di vivere. Sono stati selezionati oltre duemila pezzi di legno – radici, tronchi spezzati –, ogni frammento carico di significato, più di una semplice forma estetica. C’è dentro una parentesi dura da digerire: la distruzione, appunto, ma anche la forza di chi sa rialzarsi, di chi non si arrende.
Diciamolo: il materiale scelto racconta un rapporto di profondo rispetto con la natura, e un flusso ininterrotto di cicli e rigenerazioni. Spezzato ma vivo, il legno diventa simbolo. Il messaggio dietro è chiaro, anche un po’ forte: il territorio sa adattarsi, cambiare volto, cercare nuove forme di vita e modi di esprimersi quando serve. Non è solo un monumento. Più una conversazione aperta, qualcosa che ti parla se ti fermi e pensi davvero, sulla fragilità e complessità della relazione uomo-ambiente.

Tradizioni alpine e mito tra natura e trasformazione
Le radici culturali dell’opera affondano nelle credenze alpine del Primiero: le Guàne, spiriti di questo luogo, sono un pezzo importante del folklore locale. Si dice che fossero molto legate ad acqua, boschi e montagne, custodi di un equilibrio delicato tra uomo e natura. Anticamente abitavano posti precisi – c’è chi ricorda ancora – e regolavano il rispetto tra loro e la gente del luogo, cambiando forma in lontre se minacciate. Un’idea di metamorfosi che racconta di un paesaggio in costante movimento, mai fermo quando si tratta di adattarsi e trasformarsi.
Quella dinamica, il lavoro in legno infilato insieme, dà vita a qualcosa che va oltre la semplice riproduzione del mito. Piuttosto un ponte, uno strumento che collega passato e presente, narrando non solo la storia, ma anche la vita quotidiana di un territorio in divenire. Legno e forme parlano di tempi stratificati, di esperienze intrecciate, mettendo a confronto memoria e nuove prospettive – ecco perché proprio in inverno, con il paesaggio imbiancato, si coglie meglio la relazione mutevole che si crea tra arte e natura. Offre nuovi spunti – insomma – non solo visivi, ma anche di riflessione.