Monoliti millenari sulle vette armene raccontano antichi culti dell’acqua ben prima di Stonehenge storico

In una delle zone più impervie dell’Armenia, ben oltre i 2.700 metri di quota, si trovano delle pietre monumentali che sembrano sfidare non solo il tempo ma anche condizioni climatiche davvero dure. Questi massi, chiamati vishap o “pietre del drago”, giacciono in posti isolati, lontani da qualsiasi insediamento o necropoli. Da secoli alimentano domande sul loro vero scopo. Da tempo si ipotizzava fossero simboli di confine o segni tribali, ma trasportare quei giganti in luoghi così difficili? Un vero mistero. E qui entra in gioco una nuova prospettiva archeologica, che collega quei monoliti a un antico culto, centrato sul bene più prezioso: l’acqua.

Il ruolo rituale delle pietre nelle zone d’acqua

Un centinaio di queste pietre monumentali sono state studiate da poco, sparse sull’intero massiccio montuoso armeno. Con sistemi GPS, rilievi altimetrici e datazioni al radiocarbonio, emerge un dato chiaro: quasi tutte sorgono accanto a fonti d’acqua naturali – dai ruscelli d’alta quota alle nevi sciolte, passando per laghi e vecchi crateri vulcanici. Dove l’acqua scarseggia e vale oro, quei massi ieri non segnavano solo il territorio. Erano adorati. La loro forma non è casuale: lavorate su facce differenti, con un lato lasciato volutamente ruvido, segno che venivano piantati in verticale, quasi fossero pilastri sacri, non semplici decorazioni.

Le incisioni raccontano storie ramificate: vicino ai punti più alti si decifrano figure di pesci, mentre più in basso – in zone irrigate – spuntano motivi di pelli bovine. Segni che riflettono attività stagionali, la cura per l’acqua e la vita pastorale intrecciata con rituali legati ai ritmi naturali. Chi vive in città spesso non si rende conto – un dettaglio non da poco – di quanto la natura abbia plasmato riti e spazi sacri qui, nell’arco di millenni.

Monoliti millenari sulle vette armene raccontano antichi culti dell’acqua ben prima di Stonehenge storico
Suggestiva vista aerea del Monastero di Tatev, arroccato su una rupe in Armenia, circondato da aspre montagne e cielo azzurro. – abbaziasantamaria.it

Fede e fatica oltre la logica pratica

Come spiegare allora la qualità di queste pietre? Le dimensioni – e il peso – non diminuiscono con l’altitudine. Anzi, spesso aumentano: massi oltre le sei tonnellate anche sulle cime meno raggiungibili. Se fossero stati semplici segni o confini, si sarebbe scelto materiale più leggero. Invece no, perché tutta quella fatica? Il motivo lo si intuisce: trasportare quei colossi nei luoghi più remoti aveva un significato profondo e spirituale. Quel passaggio dall’acqua neve a fonte vitale era sacro e centrale per la vita e la protezione della gente montana.

Un ritrovamento vicino al lago Sevan parla chiaro: sotto una pietra, una sepoltura infantile, come segno di protezione – una funzione simbolica. Da qui si capisce che spostare e posizionare i vishap non fu mai solo questione pratica. Piuttosto, un vero atto di fede e rispetto verso luoghi carichi di forza vitale e continuità. La fatica – insomma – è spiegata da un rituale dedicato all’equilibrio sacro fra uomo, natura e territorio.

Un’eredità che attraversa i millenni

Le analisi indicano che queste strutture risalgono a un periodo tra il 4200 e il 4000 a.C., facendo dei vishap alcune delle testimonianze più antiche di monumentalità rituale legata all’acqua, con un anticipo di oltre mille anni su siti come Stonehenge. I monoliti ci raccontano come le prime comunità montane basassero gran parte della loro vita sulla gestione e sacralizzazione dell’acqua. Col passare dei secoli, quel legame persiste, come mostrano incisioni che raccontano il passaggio dalle antiche credenze a nuove fedi: simboli urartee, croci e altri elementi religiosi, elementi che mantengono viva l’importanza del luogo.

Nonostante il tempo e l’usura – e anche danni evidenti – queste pietre non smettono di raccontare storie cruciali. Oggi si integrano dati climatici, archeologici e idrologici per capire come l’acqua abbia influito non solo sul paesaggio ma anche sulla spiritualità e sulle migrazioni delle prime popolazioni montane. Loro – senza clamore – continuano a ricordare che l’acqua era e resta il fondamento della vita. Proteggerla è stato, da sempre, un bisogno primario per chi viveva in quei territori tutt’altro che facili.

×