Dolore al piede in montagna: potrebbe dipendere dall’osso cuboide, ecco cosa succede veramente

Chi ha provato a camminare per ore su sentieri impervi sa che i piedi ne risentono parecchio, spesso più di quanto si immagina. Un problema poco noto ma fastidioso per i trekker abituali è la sindrome del cuboide. Quell’osso, posizionato sul lato esterno del piede, ha una funzione ben precisa: garantire stabilità e equilibrio quando si appoggia il piede, soprattutto su terreni pieni di asperità. Se si infiamma, il dolore arriva quasi all’improvviso, rendendo complicato muoversi senza problemi.

Il cuboide appartiene alla catena ossea che trasmette il peso dal tallone fino all’avampiede, diventando così un punto chiave quando la pressione aumenta. Curioso che spesso questa sindrome venga scambiata per altre patologie del piede o della caviglia, cosa che porta a cure non adatte. Chi si cimenta in sentieri di montagna più impegnativi sa bene quanto sia cruciale scoprirne le cause, per non compromettere sia la performance che la sicurezza durante le escursioni.

Non si tratta quasi mai di uno “spostamento” vero e proprio dell’osso in sé, ma piuttosto di un’infiammazione delle strutture vicine – legamenti e tessuti molli, per esempio. La sindrome è più comune in chi ha avuto in passato distorsioni alla caviglia o in chi si carica eccessivamente senza allenarsi a sufficienza. In queste situazioni, il dolore è acuto e ben localizzato, diverso da altri dolori meno intensi e più diffusi.

Le cause di un dolore spesso poco riconosciuto

Non di rado la sindrome del cuboide viene sottovalutata, perché i suoi sintomi spesso si confondono con altri problemi muscolari o tendinei, come la tendinopatia dei peronieri. La causa che dà il via a tutto però è uno squilibrio tra le sollecitazioni che il piede riceve e la sua capacità di sopportarle nel tempo. Una distorsione alla caviglia resta l’evento più frequente: soprattutto se il recupero non è stato completo.

Non si tratta di un malanno raro. Tra gli sportivi, circa il 5% può riscontrarlo, e quasi il 40% delle distorsioni alla caviglia coinvolge, in un modo o nell’altro, il cuboide o le strutture attorno. Il risultato? Mobilità alterata, dolore camminando. Se non si ristabilisce una buona stabilità articolare, il corpo compensa spostando il carico altrove, creando sovraccarichi e, a lungo andare, infiammazione e disagio permanente.

Va detto che non sempre il dolore nasce da un trauma. Un carico intenso, tipo una lunga camminata con uno zaino pesante o scarpe non adatte, può scatenare la sindrome senza che si verifichino eventi traumatici evidenti. Chi vive in città o si dedica al trekking solo saltuariamente spesso nota questo disturbo dopo attività prolungate improvvise: il piede, insomma, non è abituato a certi sforzi senza il necessario adattamento. Da considerare, se si vuole prepararsi al meglio e non incappare in problemi.

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Dolore al piede in montagna: potrebbe dipendere dall’osso cuboide, ecco cosa succede veramente
Rappresentazione anatomica dei piedi umani. L’osso cuboide, evidenziato in blu, è cruciale per stabilità ed equilibrio, specialmente in montagna. – abbaziasantamaria.it

Come capire se è sindrome del cuboide e cosa fare

Il segnale che non si può ignorare è un dolore acuto, preciso sul lato esterno del piede – nella zona del mesopiede. Si presenta durante le camminate su terreni difficili o quando si porta peso, e spesso peggiora con il passare del tempo. Un dettaglio non da poco: con il riposo il dolore tende a diminuire, diversamente da altre patologie come la tendinopatia, che può migliorare momentaneamente muovendosi e peggiorare dopo.

Questa condizione non appare quasi mai alle radiografie comuni, visto che ad essere infiammati sono soprattutto i tessuti molli intorno al cuboide: legamenti, muscoli, insomma le strutture più “morbide”. La soluzione migliore all’inizio è rallentare gradualmente l’attività fisica, evitando di far aumentare il dolore, così da dare tempo al piede di guarire senza peggiorare.

Se il dolore è partito dopo una distorsione recente o impedisce quasi di poggiare il piede, non conviene aspettare: serve la valutazione di uno specialista, per individuare la terapia giusta e ripristinare la stabilità. Durante le escursioni, poi, si possono adottare stratagemmi pratici: bastoncini da trekking, passo più cauto, soste più frequenti, calzature ad hoc. Tutto aiuta a limitare il fastidio e a evitare peggioramenti.

Al termine della giornata, poi, certi piccoli accorgimenti sono un toccasana: stretching delicato per i muscoli del polpaccio, massaggi leggeri, impacchi di freddo. Molti chi frequentano i sentieri – specialmente nelle Alpi o dagli appassionati del Nord Italia – usano anche immergere il piede in acqua fresca, magari in un torrente. Straordinario, eppure semplice, mentre se si vive in città manca quella possibilità: un dettaglio che – credetemi – si fa sentire.

La prevenzione passa dalla forza e dalla stabilità

Quando il dolore acuto si placa, la vera sfida diventa evitare che la sindrome torni. La chiave? Lavorare su forza e stabilità di piede e caviglia, aumentando la capacità di reggere le sollecitazioni proprie delle escursioni difficili. Gli esercizi mirati a rinforzare i muscoli stabilizzatori sono indispensabili: sollevamenti sulle punte, movimenti di eversione con elastici, equilibrio su una gamba sola. Il tutto inserito in un percorso di allenamento graduale, non si improvvisa.

Molti escursionisti – quelli che conoscono bene le Alpi e il territorio intorno a Milano, per esempio – confermano: con queste attenzioni arrivano più preparati, resistono meglio alle salite e non hanno disturbi all’altezza del piede. Insomma, la qualità del cammino migliora davvero.

Alla fine, curare queste piccole cose fa la differenza tra una giornata di escursione piacevole e una rovinata dal dolore. Chi cammina regolarmente sa bene quanto conta ogni singolo elemento, anche quell’osso minuscolo e poco noto, che però ha un ruolo da protagonista per mobilità e comfort.

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